Scusate se insisto... sull'importanza di nominare il femminile!

Come sempre in questo periodo dell'anno vengo invitata nelle scuole per incontri sul tema della violenza contro le donne. Quest'anno sto utilizzando con grande successo il kit Gioca le tue carte che permette di rendere gli incontri meno didascalici e cattedratici e più coinvolgenti. Ma ho fatto anche un'altra bella esperienza, presso Parco Città a Foggia, anche questa nata dall'idea di individuare una nuova modalità per appassionare e coinvolgere i/le giovani, ovvero discutere di stereotipi partendo da un film.

Il film scelto è stato Scusate se esisto, con Paola Cortellesi e Raoul Bova. Un film divertente che avevo già visto anche più volte con piacere. Il film contiene gli stereotipi più diversi, dalla mamma e zia meridionali che, citando Toto, Peppino e Titina, partono con borse piene di cibo, ai/alle italiane che rimpiangono l'Italia scolando la pasta; e poi i ragazzi di borgata delinquenti, la donna che pensa di poter cambiare l'uomo gay, gli uomini gay incapaci di relazioni monogame, il bambino che vuole la cameretta di Batman e altri. Il paradosso però è che tutto il film si regge su uno stereotipo: la protagonista viene chiamata architetto. La prima volta che vidi il film la cosa mi irritò, poi però ho compreso che senza quello stereotipo il film non avrebbe senso e che a volte gli stereotipi vanno usati per poterli smentire.

E così abbiamo fatto, con un bel gruppo di ragazzi e ragazze. Il tema del linguaggio di genere non poteva essere spiegato meglio che attraverso il non riconoscerlo. Tutto l'equivoco creato dalla protagonista per ottenere il posto di lavoro si basa sullo spacciarsi per l'assistente di un uomo, cosa possibile sia a causa del suo nome e cognome (Serena Bruno) sia per essere definita architetto. Allo stesso modo in cui l'assistente, architetta anche lei, del gran capo viene chiamata signorina. E qui si gioca facile... chi non è d'accordo nel riconoscere che nessun assistente maschio viene chiamato signorino? Signorina esiste solo al femminile, indica l'assistente, la segretaria, indipendentemente dalla professionalità delle mansioni che svolge, colei che porta il caffè ma stila anche il progetto, in questo caso. E quindi le dimissioni in bianco, il tacere la gravidanza, in generale le discriminazioni sul lavoro contro le donne... tutto acquista senso a partire proprio dal negare la parola architetta. L'esempio lampante che ciò che non si nomina non esiste, che il linguaggio modifica il pensiero. Lo faceva notare anche Checco Zalone in Quo Vado quando il protagonista, convocato al Ministero, entra nella stanza e si dirige immediatamente verso il tavolo dove è seduto un uomo, che in questo caso è il segretario, credendo che sia il dirigente.

Lo hanno capito bene ragazze e ragazzi ma non lo ha compreso il Procuratore Capo di Foggia che, durante un incontro sulla violenza contro le donne, ha detto che è ridicolo preoccuparsi di dover dire avvocata o magistrata. Ha provato anche a ironizzare domandando retoricamente: “E il sostituto procuratore come dovremmo chiamarlo?". Io e tre amiche "come una sola donna" abbiamo detto insieme a voce alta "sostituta procuratrice".

“Ci sono ben altri problemi!” direbbe qualcuno o qualcuna e così facendo ignorano il cambiamento culturale da cui tutto comincia perché modificando il linguaggio (e rispettando la grammatica) cominceremo a passare il messaggio che il femminile non si usa solo per maestra, segretaria, infermiera, operaia e che quindi le donne hanno un pieno riconoscimento non solo per essere maestre, segretarie, infermiere, operaie. E quando una bambina sentirà dire la direttrice del Cern capirà che potrà esserlo anche lei, un giorno.

Per approfondire

Stereotipi e arzigogoli di Donatella Caione

La grammatica la fa... la differenza! di Autrici Varie

Gioca le tue carte