Tra Je ne suis pas e #metoo

A proposito della lettera delle donne francesi che ha riaperto il dibattito sul #metoo. Propongo qualche mio pensiero.

Premetto che appena ho letto il sunto della lettera ho detto No, non condivido. Poi ho letto altri punti di vista e mi sono detta che dovevo rifletterci ancora, leggere il testo intero ben tradotto, magari c'erano stati fraintendimenti dovuti alla traduzione... Purtroppo esistono meccanismi mentali tali a causa dei quali ci lasciamo condizionare dal giudizio di un gruppo o anche solo da quello di qualcuno che riteniamo affidabile. Però ci ho pensato ancora, ho letto la traduzione affidabile e ho deciso di dare valore al mio primo pensiero.

Premessa: è in corso un processo culturale di cambiamento lungo e difficile al quale in tante e tanti stanno lavorando, per cambiare l'immaginario dell'equilibrio nelle relazioni, dell'affettività, del rispetto, partendo anche dall'uso delle parole.

Non è affatto facile andare nelle scuole, nelle periferie, nei paesi a spiegare che "non è provarci che ti fa uomo", che non è perché lui ti lusinga che devi starci, che "l'uomo che non deve chiedere mai" è uno stereotipo, che una molestia non è una avance, ripeto una molestia non è un avance e un'avance non è una molestia, sembrerebbe scontato, ma per tante e tanti non lo è, spesso una parola equivale all'altra, e le parole sono importanti. Basterebbe pensare a quello che dicono ragazzi e ragazze quando li incontriamo per parlare di violenza, affermazioni che spaventano e sulle quali si prova a lavorare, anche con buoni risultati, ma che ti fanno comprendere che la strada è lunga (specie finchè non ci sarà anche un bel gruppo di uomini a parlarne).

Pensando a certe frasi della lettera delle 100 donne francesi mi spaventa l'impatto che possono avere sulla realtà, perlomeno in Italia dove di strada ne dobbiamo fare di più che altrove, in Italia dove lo stupro può essere considerato una bambinata e le vittime di stupro sono quelle che "se lo cercano", specie se hanno bevuto. Forse in Francia c'è un contesto sociale diverso, o forse una cosa sono i discorsi degli ambienti culturali e altra è la realtà vera... Io conosco meglio la seconda e dunque "Je ne suis pas..." anche perchè vivo in un paese che è all'82° posto nella classifica del gender gap del 2017.

Si parla della libertà di importunare. Importunare per corteggiare. E no, non ci sto. E trovo molto grave parlarne dopo quel che abbiamo visto succedere ad esempio dopo la vicenda di Firenze dei carabinieri e delle due studenti americane. Se in Francia stanno poi molto più avanti e le donne vedono pienamente riconosciuto il loro diritto a denunciare molestie e anche stupri in modo totale forse si può anche proporre un dibattito un po' provocatorio. Ma per come siamo messi in Italia no. Rischiamo solo di tornare indietro, ammesso e non concesso che stiamo andando avanti.

La libertà di corteggiare mi sta bene, e mi sta anche bene che si parli di corteggiamento come di una cosa bilaterale (e non magari di uomini che corteggiano e donne che seducono, sarà che non mi sono mai sentita a mio agio nel ruolo di seduttrice...), benissimo anzi!, ma libertà di importunare no, perché importunare è sinonimo di molestare. Non penso che dire #metoo voglia dire odiare gli uomini, ma non riesco a considerare un nulla uno sfregamento in metropolitana. Ovvio che voglio educare mia figlia a non essere vittima, chi ha detto mai il contrario? Chi ha mai detto che debba sentirsi vittima? E trovo ovvio dire "Perché non siamo riducibili al nostro corpo. La nostra libertà interiore è inviolabile." Insomma trovo in questa lettera un po' di cose ovvie proposte come nuove riflessioni e altre cose che invece mi infastidiscono proprio.

Ripeto, gli uomini non sono miei nemici ma un uomo che mi stuprasse lo sarebbe e anche un uomo che mi importuna lo è. E comunque prima di arrivare al problema di corteggiamenti da parte degli uomini considerati abusi, cosa che pare in Francia o negli Usa o altrove accada, qui di strada ne dobbiamo fare. Dunque il #metoo è stato ed è un bel fenomeno secondo me. E' esploso qualcosa che in tante sentivamo dentro di noi. Che fossero molestie o battute cretine fatte da chi non puoi facilmente mandare a quel paese (o in quel momento pensi di non poterlo fare, per tanti motivi), le abbiamo subite. Ed è stato liberatorio dirlo, gridarlo, anche attraverso i social che una volta tanto sono serviti non a diffondere bufale e parole d'odio ma parole di libertà. E' stato bello riuscire a farlo, insieme, quasi in tutto il mondo e aiutare le giovani a capire che devono farlo anche loro. Il mio #metoo era rivolto a loro, alle giovani, alla nuova generazione, perchè imparino dai nostri errori ma al contempo si avvantaggino di quel che abbiamo conquistato e quel che abbiamo compreso.

Dicono, c'è il rischio della caccia alle streghe (che poi sarebbero streghi!). Io dico di no, se molto spesso stiamo a ancora a dover parlare di donne che vorrebbero denunciare alle quali si dice spesso di tornare a casa e stare attente a non fargli venire i nervi o che forse non dovevano mettere la minigonna... Quando avremo superato tutto ciò, dopo aver parlato anche di più di rispetto, e meno di "puritanesimo", forse potremo cominciare a discutere anche se non stiamo privando gli uomini della libertà di essere insistenti nel corteggiamento, magari però senza usare il verbo "importunare". E solo allora potremo chiederci se c'è questa zona grigia, ragionando su relazioni libere e paritarie. E di insistenza nel corteggiamento.

Donatella Caione, 16 gennaio 2018

PS Condivido molto l'articolo di Ida Dominijanni.